26 Gen 2010 |
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I sipontini, al termine dell'incontro con i biancorossi, possono, in piena libertà, tracciare il bilancio della gara: i tre punti della posta in palio, racimolati con un punteggio in odore di perentorietà; l'aver incontrato Carminati, che ha bagnato il suo esordio con la rete del vantaggio, sintesi di una sua più che sufficiente prestazione; una condizione fisica da far invidia ai migliori "palestrati" in circolazione nonché ai lottatori dell'antica Roma. Il Barletta, invece, si è distinto per le buone geometrie di gioco, praticato con la palla a fil di erba sintetica, per il suo comportamento atletico più ginnico che guerresco ( a parte l'episodio-scontro tra Di Masi e un sipontino, sequenza di un venir ai becchi tra galli da combattimento: curioso ma divertente). Non si comprende perché Muwana era presente, in area barlettana, nei momenti in cui sono state realizzate le reti sipontine da Carminati prima e da Arigò poi, involontariamente favorite dagli interventi, schiettamente non difensivi da parte di Muwana, che, tra l'altro, ha continuato a mantenere una posizione arretrata, trascurando, ovviamente, di dettar gioco e legge, come sa ben fare, nella sua tradizionale zona di competenza ossia a centrocampo, rimasto in balia dei sipontini. Tanto è vero che questa sua assenza ha prodotto due fenomeni negativi: il primo, il precario rifornimento delle punte, che non hanno potuto impegnare più di tanto il pacchetto arretrato del Manfradonia; il secondo, l'aver consentito alla formazione locale di attaccare, senza problemi di sorta, non solo con il reparto offensivo bensì con l'ausilio di difensori con il pallino del goal. Se è vero che non è consigliabile prendere il treno in corsa, è anche vero che gli schemi tattici sono suscettibili di tempestivi cambiamenti. A partire da domenica prossima, residuano tredici gare di campionato ( e sono anche parecchie), ai fini di conseguire, con largo anticipo, la salvezza. La voglia di vincere di coloro che sono assiepati sugli spalti è legittimata da un Barletta, costruito con criteri non pressapochisti ma guidati da intuizioni felici, perché il calcio è solo creativo e, quindi, disgiunto dalla razionalità. Ai buoni intenditori sono sufficienti poche parole.
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